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Attore, nato a Bologna, maturità classica e laurea in Giurisprudenza, si è poi diplomato all’ Accademia d’Arte Drammatica dell’Antoniano di Bologna.
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Quelli che la vita l’è bela

Alessandro Pilloni  Spettacoli   Quelli che la vita l’è bela

Quelli che la vita l’è bela

Beppe Viola l’ho conosciuto guardandolo alla televisione, alla Domenica Sportiva,  quando avevo dieci anni. Se fossi stato a scuola con le figlie, avrei chiesto a loro un autografo del padre, come facevano i loro compagni di classe. Mi piaceva. Non capivo perché. Forse perché faceva sorridere, o  ridere proprio. Pensavo che fosse normale unire questa leggerezza, questa ironia, con il gioco del pallone. Poi quando se ne è andato, ho capito che non era tanto normale il suo modo di parlare di calcio, perché quel modo di comunque sdrammatizzare, di prendere e prendersi in giro, non li trovavo più, o quasi più.

Dopo qualche anno, mi è sembrato di rivedere quel modo lì,  di scrivere e discorrere di football, in un altro giornalista, che non stava a Milano ma a Bologna, nella mia città. Ho scoperto che non batteva solo a macchina per il giornale, ma faceva anche teatro. E sono andato a vederlo. La mia prima volta a teatro. Raccontava dei mitici anni sessanta. Faceva anche lui ridere. E non solo.

Dopo trent’anni esatti, quel giornalista attore di Bologna, Giorgio Comaschi,  che nel frattempo ho conosciuto, ha un’idea e un giorno dell’anno scorso viene da me a condividerla: perché non facciamo qualcosa su Beppe Viola?

Io lo guardo, Giorgio Comaschi e gli dico “sì”. Perché anche se sono di due città diverse, quei due, Beppe e Giorgio, li vedo proprio bene assieme. Del resto l’avevo sentito subito che la lingua, la visione è la stessa. E anch’io forse dentro di me aspettavo, in tutti questi anni, di ritrovare un giorno Beppe Viola, dopo aver sentito al telegiornale un giorno d’ottobre dell’82 che non c’era più. Improvvisamente. Senza neanche il tempo di un saluto. Così con l’energia e l’entusiasmo di quel ragazzino che lo aspettava alla televisione, ho cominciato a leggere e cercare tutto quello che ha scritto Viola. E da lì è nata una prima stesura di testo e poi altre versioni condivise, per trovare il modo più adatto per raccontare la storia di Beppe Viola.

La scelta è stata di raccontare praticamente tutto attraverso le parole dei Viola: soprattutto di Beppe, e anche della figlia Marina.

I dialoghi e i monologhi che viviamo, quei personaggi li ha inventati od osservati proprio Beppe Viola. Non sono nostre improvvisazioni. Sono suoi pezzi. È sempre il suo punto di vista. E noi li alterniamo al racconto della vita, usando questi brani in modo imprevedibile, entrando e uscendo dalle situazioni, in modo un po’ folle, sorprendente. Come si respira nei libri di Viola, nei suoi articoli, nelle sue interviste.

Nella sua vita di milanese figlio di emigrati. Come Jannacci, amico fraterno d’infanzia. E figlio di emigrati come me. E come diventa facile ritrovarsi nel suo modo di prendere in giro i terùn, per prendersi in giro.

Beppe Viola raccontato a teatro quindi da un bolognese come me, e da un bolognese doc come Comaschi, con il suo stesso tocco di palla.

Perché noi, da Bologna?

Perché Comaschi ha avuto l’idea e ha quell’affinità speciale.  E forse anche perché spesso bisogna avere una certa distanza fisica, per vedere le cose, non essere troppo dentro alle situazioni, per non essere imbrigliati, anche solo emotivamente.

Avere un punto d’osservazione particolare per raccontare Beppe Viola.

Uno che aveva una presenza che riempiva uno stadio intero.

 

Alessandro Pilloni

 

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