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Attore, nato a Bologna, maturità classica e laurea in Giurisprudenza, si è poi diplomato all’ Accademia d’Arte Drammatica dell’Antoniano di Bologna.
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La Pugna e la Pipa

Alessandro Pilloni  Spettacoli   La Pugna e la Pipa

La Pugna e la Pipa

I “calciattori” Pilloni e Santonastaso inscenano il glorioso Mondiale di Spagna in uno spettacolo dedicato ad Enzo Bearzot. Una via artistica per tramandare le gesta degli Azzurri alle nuove generazioni

Ho trascorso l’estate del 1982 nel grembo materno, situazione che fa di me una di quelle persone abituate a sentirsi dire “non puoi nemmeno immaginare, non puoi capire, non osare paragonarlo al 2006” ogni volta che si affronta l’argomento Mundial. Sì, la coppa del Mondo sollevata dagli azzurri 31 anni fa sotto il cielo di Spagna. Inutile ribattere, provare a difendersi o cercare di spiegare che a livello di vibrazioni qualcosa lo si è percepito: a quanto pare, non esserci stati nel 1982 è proprio una colpa.
Detto ciò, chi invece quel Mondiale l’ha vissuto, non sempre si fa beffe dei più giovani con antipatica superiorità. Ci sono anche dei pastori del sapere, vogliosi di condivisione, che come vecchi cantastorie tramandano le gesta di Zoff e compagni alle nuove generazioni.

Alessandro Pilloni e Andrea Santonastaso appartengono a questa categoria di uomini. Attori teatrali malati di calcio, non si fermano alla didattica, per quanto siano dei veri e propri professori in materia. Nello spettacolo La pugna e la pipa, in cui si rivive Spagna ’82 con occhio esclusivamente italico, “Pillo” e Santonastaso vanno oltre: la loro performance è una vera e propria flebo di emozioni. Soltanto così mi posso spiegare la pelle d’oca che mi solletica il braccio destro e quell’umidità salata nel contorno occhi, in più passaggi della rappresentazione, alternate a risate o senso di imbarazzo (per chi soffre di empatia non c’è scampo, specie dopo le prime prestazioni di Paolo Rossi).

La pugna e la pipa ripercorre i giorni in cui la stampa italiana ha fatto letteralmente a pezzi il gruppo di Bearzot in gita per la penisola iberica (all’inizio sembrava una gita, visto il risultato dei primi allenamenti in Galizia) e arriva alla svolta di cui tutti abbiamo il copione stampato in testa. Ma quello che rende speciale questo spettacolo è l’equilibrio tra la fedeltà alla storia e l’emozione che soltanto alcuni miracoli sportivi riescono a comunicare. Pilloni e Santonastaso sudano, bevono, cantano, ma soprattutto raccontano ed emozionano: tra un Ciccio Graziani sempre generoso e una formazione della Polonia scandita come nemmeno il miglior Bruno Pizzul di Cracovia saprebbe fare, il protagonista assoluto è Paolo Rossi, eroe tra gli eroi “figli di Bearzot”.

“La pugna e la pipa. Anzi, la pippa: Paolo Rossi”, esclama a un certo punto Santonastaso, portavoce del pensiero nazionale del tempo, mentre Pilloni sbertuccia il ct per un’insistenza col suo pupillo che va oltre l’umana comprensione. Poi la metamorfosi nel raggruppamento con Brasile e Argentina, metamorfosi di una squadra e di un Paese che si lascia cullare dalla magia.

Durante la tournée milanese, hanno partecipato, come pubblico, anche gli allievi nazionali dell’Inter … è giusto indottrinare anche i ragazzi di quindici anni.

Della rappresentazione svolta a Bologna, piazza molto cara ai due attori, restano invece le lacrime di Paolo Rossi, quello vero. Pablito si è commosso, salendo sul palco per complimentarsi.
E così Pilloni e Santonastaso, due che calcisticamente si rispecchiano in Ibarbo e Zamorano, nel teatro possono dire di aver vinto anche loro la Coppa del mondo: hanno fatto piangere colui che ha fatto piangere il Brasile.

 

Di Valerio Spinella  redazione Sky

L’arte dello sport sbarca in teatro

Che lo sport sia arte, in qualche modo, è indiscutibile: lo frequentiamo alla ricerca della bellezza del gesto. Eppure sport e cultura di solito si guardano in cagnesco. Stavolta no: lo sport va a teatro, a Milano con La pugna e la pipa, a Torino con Campionissimissime. E l’esperimento suggestiona.

 

Che lo sport sia un’opera d’arte in fondo è un fatto. Chi lo ama, al netto delle distorsioni che sono tante, gli si avvicina soprattutto per godere della bellezza pura, alla ricerca del gesto perfetto, proibitivo per la stragrande maggioranza dei corpi, appena adatti – quando non troppo maldestri anche per quelli – ai movimenti ordinari della quotidianità.

È la bellezza pura dei suoi goal tramandata da youtube che porta i ragazzini a Milano a riverire, – come si fa con un classico maledetto – un Maradona 53 enne imbolsito e imborghesito, ma sempre esagerato, anche in quell’aria poco credibile da vecchio saggio che si dà, strizzato nella grisaglia e in una sala troppo piccola per contenere tanto sconsiderato amore.

È la bellezza che ci tiene avvinti al calcio e allo sport tutto, uno spettacolo, che ha senso solo nell’incertezza del risultato, nonostante ci venga ricordato ogni giorno che è alto il rischio che lo spettacolo sia taroccato.

È un’attrazione ogni giorno più irrazionale, in questo, la nostra, ma alla fine restiamo stregati dal gesto perfetto che nessun trucco può fabbricare da solo. Anche per questo non sorprende che lo sport e la cultura, che da sempre si guardano reciprocamente in cagnesco checché se ne dica, trovino di tanto in tanto territori comuni in cui misurarsi, magari a teatro – da sempre luogo di sperimentazioni ardite, creatrici di imprevedibili e suggestivi percorsi.

Sta succedendo in questi giorni a Milano con La pugna e la pipa, fino al 27 al Teatro Parenti. La pugna è quella combattuta in salita, dall’Italia al Mondiale 1982 e la pipa, ovviamente, è la pipa di Mister Bearzot, artisticamente parlando, seconda sola a quella dipinta da Magritt. Lo spettacolo, ironico e suggestivo, fatto soprattutto di parole e di una scena minimalista ma efficace, ci reimmerge per un’ora abbondante nel clima di quei giorni, con tutti gli eccessi del caso, che ci viene restituito accelerato, come quando s’usavano i nastri e si premeva il tasto “avanti veloce”, o se preferite come nelle comiche di Ridolini. Non perché sul palco ci si muova così, ma perché il motore del testo scritto da Alessandro Pilloni sono le cronache di quegli anni, citate alla lettera, cucite le une sulle altre. E quel mese di cronaca travasato, con perizia di scelte, in 70 minuti di spettacolo rende benissimo lo scarto tra la critica feroce delle prime partite e il progressivo saltare sul carro dei vincitori man mano che l’Italia progrediva nel Mondiale. L’effetto comico, assicurato, è amplificato dalla colonna sonora del tempo, che passa con disinvoltura dalla voce graffiata di Vasco alla sdolcinata colonna sonora del film Il tempo delle mele.

Non è l’unico incontro tra sport e palcoscenico, un altro, non meno ardito, perché ci sono di mezzo le donne, altra metà a lungo negletta dello sport, vivrà il 30 ottobre a Torino, alla Piazza dei Mestieri. Va in scena Campionissime, scritto da Gian Paolo Ormezzano, che sarà anche voce fuori campo. Tre attrici recitano sei monologhi che sono altrettante storie di donne dello sport, colte nel loro lato oscuro. La mamma ateniese che si vestì da uomo per vedere suo figlio in gara nei primi Giochi, vietati alle spettatrici, e rischiò una condanna a morte. La controfigura acquatica di Jane di Tarzan, madre di Don Schollander, quattro ori nel nuoto a Tokio 1964. Sonia Henie leggenda del pattinaggio su ghiaccio, al punto da finire omaggiata persino nelle strisce di Charles Schulz e attrice di Hollywood. Karen Muir, nuotatrice sudafricana bianca «“uccisa”- come scrive Ormezzano – nella carriera dall’apartheid studiato dal suo Paese contro i neri»: avrebbe pototuto vincere le Olimpiadi ma non vi ha mai partecipato a causa del bando inflitto al Sudafrica per la discriminazione razziale. Stella Walsh che vinse l’oro dei 100 piani per la Polonia a Los Angeles 1932, morì da statunitense per pallottola vagante in una rapina, venne scoperta uomo. Florence Griffith morta stranamente a 39 anni dopo avere sbalordito il mondo dello sprint.

Se a Milano, sui filmati che tutti ricordano, prevalgono parole e gesti, a Torino le immagini, sconosciute ai più perché perlopiù lontanissime dalla memoria, hanno un peso significativo, anche artistico, in senso proprio, laddove lo sport è arte, ma metaforica.

di

Elisa Chiari

Il Mundial ’82 va in scena a teatro

Al Franco Parenti di Milano “La pugna e la pipa”, per rievocare un momento indimenticabile della nostra storia

di ANDREA SARONNI (tgcom 24)

11:05 – Il mondiale dell’82. Quelli che non c’erano, o semplicemente non intuiscono, pensano che sia un tormentone vintage, una bandiera sventolata dagli ultra quarantenni in nome della fuggita gioventù. Sbagliato. Il mondiale dell’82 è una meravigliosa scatola in cui l’anima di chi l’ha vissuto – e di chi lo vuole vivere – trova un posto bello, vivo, stimoli ed emozioni che partono da uno sport (anzi, per noi italioti, “lo” sport) per sprigionarsi poi verso mille direzioni fatte di pensieri, suoni, ricordi, colori, filosofie di vita e di pallone (che poi è la stessa cosa).

Il mondiale ’82 è qualcosa che per la sua natura sta bene in un teatro ed è forse normale che allora, finalmente, uno degli adolescenti dell’82 abbia ricomposto e condotto verso un palco il caleidoscopio di immagini, parole, musica ancora e sempre dentro la sua testa. Alessandro Pilloni, classe ’71, maglietta rigorosamente azzurra, è stato straordinariamente e creativamente integralista nell’appoggiarsi al libro di Vittorio Sermonti “Dov’è la vittoria”, usare al 99% le parole, rievocate da quel volume, dette e scritte dai protagonisti e dai loro comprimari (giornalisti, politici, popolone tifoso) in quei giorni incredibili e mettere insieme “La pugna e la pipa” non prima di avere chiamato ad accompagnarlo Andrea Santonastaso.

E’ un racconto in crescendo, come in crescendo fu il Mundial degli azzurri. Un racconto fedelissimo alla realtà, a ogni piccolo particolare che, se inesatto, al calciofilo “malato” non sfuggirebbe (Pilloni recita alla velocità della luce formazione e panchina dei polacchi: sembra un gramelot, ma è tutto rigorosamente giusto), è un viaggio da Bearzot a Bearzot, dallo schiaffo alla tifosa insultante alla partenza di Fiumicino al trionfo del c.t. descamisado sulle spalle di quei fantastici giocatori l’11 luglio 1982, la sera dei miracoli.

A proposito, anche tutto il soundtrack della pièce è targato ’82, e allora bello ascoltare, rivedere, ricordare, ridere (impossibile non farlo con il Pertini di Pilloni e il Paolo Rossi di Santonastaso) tra Camerini e Plastic Bertrand, i bravi ragazzi di Bosè e il centro di gravità permanente di Battiato. E ruotando così bene il caleidoscopio, infine, è impossibile non incrociare prima o poi il brividino. “La pugna e la pipa” dura giusto 90 minuti. Partita stravinta.

“La pugna e la pipa”

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